Notas de viaje de dos malungos, note di viaggio di due malunghi: Colombia, Italia, India, Nepal, Thailandia, Burma/Myanmar.

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Turtle House: la casa di Tiziano Terzani a Bangkok.

“Turtle House era splendida la notte. I grattacieli che ci crescevano attorno ci toglievano ogni giorno più sole, ma quando calava la sera e Kamsing, il giardiniere, accendeva le lampade nascoste fra gli alberi, le fiaccole attorno allo stagno e le lucine a olio ai piedi delle statue di Ganesh e di Buddha nel giardino, la casa tornava ad avere quella calda, quieta magia tropicale che ci aveva fatto venire in Thailandia (…)”

E’ così che Tiziano Terzani in Un indovino mi disse descrive la casa dove abitò a Bangkok dal 1990 al 1994, e che Terzani stesso battezzò Turtle House.
La casa è oggi lo chiccoso ristorante Lai Thai di Sukhumvit.
Arrivarci è facile. Indirizzo: 18 Soi Prommitr Sukhumvit 39 Rd. Wattana, Bangkok. Fermata BTS Phrom Phong, exit3, imboccare Sukhumvit 39, proseguire per 10-15 minuti fino all’insegna verde del ristorante “Romana” e girare a destra in Soi Phrom mit Khet Vadana (che è la via Soi Prommitr) fino in fondo: sulla destra c’è la staccionata di bambù e l’ingresso del ristorante.

Il posh ristorante Lai Thai è uno di quei posti dove sorseggiare vino francese ascoltando musica lounge e parlare di finanza creativa. La casa dal 1994 ha cambiato varie volte aspetto e uso, il tempo è passato, palazzoni sono cresciuti tutti intorno a Sukhumvit e in tutta Bangkok, togliendo il sole, come dice Terzani, così come il BTS Skytrain, che accorcia la città oscurando il cielo.

Il tempo è passato, ma il famoso laghetto di Turtle House è ancora là. «Un’oasi di splendore tropicale nella giungla di cemento», come diceva lo scrittore fiorentino, ed è proprio così.

In mezzo al cemento, ai migliaia di ubiqui tablet blackbrry e smartphone, ai giganteschi mall, al traffico, ai tuktuk, al rumore, ai palazzoni, Skytrain, grattacieli, hotel di extralusso in costruzione, nel bel mezzo di questa giungla di plastica e cemento, Turtle House con i suoi alberi, il laghetto, il silenzio, sembra essere davvero un’oasi di pace, di natura, di tempo a misura di essere umano. La pace in cui Tiziano e sua moglie Angela si rifugiavano.

Turtle House è ancora là. Non solo. La stessa immensa tartaruga ghiotta di anatroccoli alla quale Terzani dedica il nome della casa continua a viverci nel laghetto, e riceve il suo lauto pasto a base di pollo ogni giorno alle ore 8 di sera precise.

Kamsing ci dice che abbia un centinaio di anni.

Si, perchè lo abbiamo incontrato Kamsing, il giardiniere di Terzani, descritto in Un indovino mi disse.
Non lo abbiamo solo incontrato: ci ha accolti e ci ha aperto le porte di Turtle House.
Ci ha aperto le porte di quella che da 35 anni è la sua casa.
Kamsing ci dice che spesso vengono persone a visitare la casa di Terzani, frequentemente sono Italiani. Si schernisce, dice che a volte sono troppo insistenti e allora lui nega di essere il giardiniere che Terzani descrive accendere le luci delle statuette e delle casette degli spiriti nel giardino. Quelle casette, e le lucine, ci sono ancora. Degli spiriti non abbiamo notizia.

Kamsing ci apre il suo cuore, ci mostra con orgoglio una sua cartelletta azzurra piena di foto della famiglia Terzani in cui compare il viso di un Kamsing più giovane insieme alla famiglia ed anche il cane Chok-dii, ci mostra la vecchia moto che Terzani gli regalò, ci indica uno dei palazzoni dietro la staccionata di bambù, uno che era in costruzione quando Terzani viveva là, e ci dice che Angela e Tiziano se la prendevano continuamente con i costruttori per il rumore che facevano. Ci mostra la vecchia insegna “Turtle House” ora appesa ad una ruota di legno e ci chiama con una torcia in mano “Venite a vedere!” e scosta le foglie alla base di un alberone per mostrarci pieno di entusiasmo una mattonella dove vi è inciso il nome originale della casa e la data 1990, anno in cui Terzani e famiglia lasciano Tokyo per trasferirsi a Bangkok.

E’ una meraviglia chiacchierare con Kamsing. Ci colpisono il suo garbo, la sua gentilezza, l’entusiasmo dei suoi occhi, la sua generosità nel raccontarci la sua storia, il suo affetto verso la casa, verso la famiglia Terzani, il suo essere parte della pace e quiete di Turtle House, con i suoi gesti garbati, le sue parole gentili, la sua ripetuta richiesta di tornare a visitarlo, il suo abbraccio affettuoso salutandoci. Che meraviglia.

Kamsing ci racconta che Folco Terzani è venuto a trovarlo qualche anno fa, e che spesso vengono Italiani entuasiasti. Kamsing li prega sempre di fare qualcosa per Turtle House: da questo intuiamo che l’oasi in mezzo ai grattacieli resiste, per ora. Ma chissà per quanto tempo ancora.

I libri, le parole, la meditazione di Tiziano Terzani ci accompagnano. La sue descrizioni dell’Asia ci ispirano.
Amiamo Terzani, ed essere entrati nella sua casa di Bangkok ci ha resi felici. In quell’oasi verde, negli occhi di Kamsing pieni di entusiasmo e gentilezza, ci è parso di incontrarlo.

Ma la Turtle House, o casa di Kamsing, o Lai Thai Restaurant, o comunque decidiamo di chiamarla, è comunque solo una casa, un luogo, un oggetto. Siamo noi a decidere di dare a quell’oggetto un significato, un nome, un simbolo, il nostro attaccamento, trasformandolo magari in un santuario dove fare pellegrinaggio.

Qualcosa di sicuro poco Terzani-style.
Qualcosa su cui Terzani si sarebbe fatto una bella risata.

Tiziano Terzani scrive:
“La storia dietro ogni oggetto era quel che ci sarebbe rimasto. Dell’oggetto in sé non ci sentivamo che dei temporanei custodi.”

F.

RumboMalungo is dead, long live RumboMalungo!

The blog is not dead. We are not.

We assure you.

What happened?

Well, many things.

Colombia, Europe.

Families.

We’re now back in Asia.

Noises. People. Tuk-Tuk. Food in the street. Smells in the street. Spicy food. Lemongrass, curry, noodles. People. So many people. Humanity. SO MUCH Humanity.

Asia.

We are in Thailand now.

Malungos.

You’ll know more.

F.

108 Budas con sus velas.

He querido escribir en este andar, entre los colores de este lugar, entre su olor a incienso, las calles de piedra y ladrillo de Bouhda. También entre las calles de polvo y gente con máscaras buscando protegerse de la tierra que sube caliente por entre los carros, ahí, en el otro mundo, ese que existe afuera de Boudha con sus historias y mercados.

Me gusta la manera simple que tengo de escribir en esta espacio, en la que aprendí a hacerlo y de la que ya no puedo desprenderme cuando quiero hablar de los ojos de Amala, la señora tibetana que atiende en el Double Dorjee, un restaurante típico tibetano metido en un cuartico que se atiene a su oscuridad y usa un par de velas como arma cuando no hay luz. 5 mesas, sillas amplias de sala antigua cubiertas con trapos blancos, un collage del Dalai Lama, banderas tibetanas y una foto de John Travolta debajo de la Rueda de la Vida hacen parte de su decoración, sin olvidar lo que hace maravilloso ese lugar: ¡la torta de manzanas y la sonrisa de Amala que es Mamá en Tibetano!

.Los días pasan al lado de la Stupa, una construcción cuadrada y redonda que tiene en su punta los ojos grandes del Buda llamando a la consciencia… color, color, color. La simbología de cada una de sus partes recuerda que todos los seres humanos somos luz y es una realidad cuando los pies se animan y caminan alrededor de ella, una, dos, tres veces… sólo el estar ahí al lado prende una llamita adentro y por un segundo todo es transparente, aún entre la lluvia, en la noche, en los días con su sol. 108 Budas con sus velas.

Quiero contar del dolor que nos da tomar las maletas y salir -que es un seguir finalmente- de este lugar que nos ha

enseñado a estar más cerca de nosotros mismos a explorar lo que queremos, que nos ha llevado al lado de personas como Suamana, una mujer impresionante que, más allá de ser mi maestra de Ayurveda, es una maestra en si misma, por la forma tranquila y amorosa que tiene de estar en el mundo, por dar a los demás sin tregua, por darse a si misma sin tregua. A su lado he explorado la comunicación a través del tacto, de los puntos -silenciosos conectores de órganos- en los cuerpos de todos los pacientes que llegan: mujeres, hombres, cuerpos gordos, delgados, inmaculados de limpieza y con capas de un mugre que se escapa con el aceite entre los dedos. Todo, todos universos maravillosos e insondables.

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En este relato pasaría a los niños con los que he trabajado, su inocencia y humildad, sus miradas penetrantes y la magia que los envuelve alrededor de los juegos, de los cuentos, de la infancia que me invita siempre a volver a la mía misma. Sus historias de ensueño pero también de calle enfrentándose a un mundo que yo ni siquiera puedo imaginar. Su valentía persiste y me llena cada día. Me llena para tener la fuerza de entrenar a los profes en Educación para la Paz, para llevar a Maya, Rosina, Ruby y Taluk en el centro de mi inspiración al ser profes hoy, después de vivir en condiciones muy difíciles. La manera en la que se acercan a los demás, como se apropian del mundo, la forma rica en la que comen me hace dar más de mi misma. La fortuna de los pasos simples, la alegría por el hecho de existir.

Dejo por fuera la meditación, el aire, las plantas, la comunidad tibetana con la que trabajo y su lucha por la libertad en medio de la opresión que es silencio. Dejamos por fuera esta voz conjunta, que es nuestra: ¡Malunga!

Todo lo demás que no se cuenta, que no tiene palabras y que está acá con nosotros, en Nepalí, en Tibetano.

Así anda narrando mi corazón que está a punto de dejarse ir, de desprenderse de éste, tan sólo un lugar.

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P.

Life @ Boudha. F.

We have been living in Boudha for many months now. In Nepal, in Kathmandu, but first of all in Boudha.

Many things to do here, to Educate, to Educate for Peace. Many things to do, yes. We tried to do it, for Tibetan Refugees and Exiles in Nepal, for women and youth, for street children.

To educate, to Peace Educate.

Peace. Here in Boudha it is what you breathe, every day: Peace.

Coming back home, coming back to our home in Boudha, the huge eyes of the big stupa of Boudha.

Difficult to explain how those big eyes make us feel mindful, present, alive, aware of been alive, and so happy to be.

Those big open eyes, reminding to keep our eyes open. Open to who we are, open to what we want, to our mind and heart.

To our minds and hearts.

Monks, Amala’s, Tibetan and Nepalese children, mothers, even dogs, all of them walking clockwise around the Stupa.

All of them turning the 108 prayer wheels around it, in order to remind themselves that everything changes, all the time, every day, that we are turning around ourselves.

Everything is a wheel.

End is beginning.

Samsara.

But the prayer wheels, all of them, contain a Mantra, that goes out of the wheel with each turn.

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A mantra, that can escape from the neverending chains of beginning-end, a mantra that can make us step up the Stupa, aware and mindful, instead of going around it.

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A mantra that is inside each wheel, inside everything.

Inside ALL of us.

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During these months in Nepal we are giving all we can, to Peace, to Education, to Peace Education.

We tried to give Peace, and we received, we breathed, Peace.

So much, Peace.

Om-Mani-Padme-Hum.

F.

100 metres to Nirvana.

DSC07148pIt is, and it was (like here).

It’s much easier than what they told you:

It’s enough to follow the street signs.

Then at the end of the road you find it.

Just follow the indications, reach the end of the road, and you’ll find it.

The point is that when you find it there will be no road, because there will be no one to have found it.

Oh, well, you cannot have it all in life.

F.

DSC07149p(for our affectionate readers: YES, the blog is alive, and WE are.

The point is that living here in Nepal our RumboMalungo has been captured by the national Nepalese philosophy “Vistari-Vistari”, slowly-slowly, sigá-sigá, despacito-despacito, pian-pianino)

Unlearn and learn again.

This morning woke me up with a kind of oddity. Those days in which any act or word pronounced seems out of place. I reviewed once more what I´ve done with the kids until now: each step, each movement, each teaching and of course each mistake. Meditating I stared at them. Frustrated -just the opposite result one should have after meditating-, I stood up from the black cushion and left aside the read blanket. My feet felt once more the ground, this green carpet in our room… the sense of nudity and the frustration, again.

I took my bag with the computer, my Nepali notebook for studying during the way up to the school, and two oranges. The same path of each day, took me in the same 20 minutes to the school. This same path at this same time and which I, nevertheless, happen to occupy as a different human being each day, each second, revealed me a secret: “Listen!”

Without thinking twice I got to the room and asked Rosina to help me translate in Nepali and decided to guide a meditation with the kids. I took them to their favorite place, favorite food, to the sounds outside the window. I conducted the breath and the welcoming of an internal silence. I can´t explain what happened, what we felt inside that room, what a powerful calm was within it. All I know is that ten minutes after, Pandey was sleeping, others where sleepy -but not yet as Pandey- and others kept their practice. It was so moving to see each one of them immerse into the state of their soul and mind that I could only say: “Thank you”.

The secret is inside them, I just need to learn how to listen and listen to myself. Everything fits inside the pockets!

Meditate.

Peace Educate.

P.

Silence.

Stop.

Be still.

Remain silent.

Meditators should be seen,

Not heard.

Ssshhh.

DSC06895pStill

All the senses.

Let everything be.

Let go, and let it all

Come to you.

Relax.

Being is in

Doing is out.

Do nothing.

For a moment

Just be.

Silence

Is golden.

Enjoy it.

(Lama Surya Das)

Peace Educating.

DSC00520p

They say that is in the world, that is inside each thing, act, silence.

They say it has a color, that fly and that only can be understood with the heart.

DSC00367pIn India, Assam, Nagaland or in Nepal, as in Bogotá, Italy, Budapest or Cartagena, we try…

We are truly convinced that education with consciousness is a way to change, to transform not only communities or schools but the inside of each individual.

Peace must be built from the inside, must be felt from the inside… that´s why we try.

Inside.

We try.

We try to move that thing that is inside, that is deep inside and that is a core, a natural, deep core that we all, all, share.

IMGP5163pWe try to make it move, we try to make ourselves and the others to be conscious of this core.

We try to move, and to make it move, by moving, by dancing, by using Theatre, music, games.

Running, pausing, mirroring, showing outside what we feel inside, taking it out, sculpturing, carving.

Feeling it.

IMGP5157pBecause we have got it.

We all have got it.

We all have got it, inside.

It is our core.

It is peace.

PL.

Movement.

There is music…

I am aware when I dance.

I am aware of movement, of my body moving, my existence breathing in and breathing out. As part of everything: being inside and yet outside. I’m aware when I dance, the movement I just made doesn’t exist but the next one depends on that one that is gone, and the movement that is coming will fade in seconds. Existence like dancing.

There is music everywhere, just listen at it in silence, in every person, in every step, in every mountain. In each movement, like in a flower, lies the magic and truth of impermanence.

P.

Let the river flow.

DSC_6225pIt is the Ganga.

Or maybe it’s the Danube, or the Guadalquivir, or the river Bogotá (there is a river Bogotá), or the Po, or the Navigli or even the Boate.

It is flowing.

It has always been flowing.

You are inside.

Your life, the persons you met, the places you’ve been, what you did, what you do.

It is flowing, and it is you.

Your thoughts, many many thoughts, like a cascade of thinking, forms, images, names, simbols, roles, words.

DSC_6062pYou try to swim, yes, to swim, to a direction, to a goal, to something that you want to reach.

There, yes, it’s there you must go, it’s there they told you that you should go, it’s there that it is normal to swim, that you are supposed to swim.

You swim opposing the current and it is so difficult, so tiring, the waves of water come towards you, they go in your throat, and the more you put efforts, the more the current is strong and you have to fight against the flow, every day.

I must stay the same, I must stay here in the middle of the water, no movement, stability, no-change.

You use all my energies, efforts, money, time, all my life, to close my eyes shut and swim against the waves, because nothing has to ever change, because I must pay a 30-years loan for my house, because I have dependants, because I am dependant, because of all the things that are mine, my house, my car, my dog, my husband, my wife, my religion, my party, my TV, I need them, they need me.

I struggle, I fight against the flow, because I have a position, a reputation, a title in front of my name, a Mr. Mrs. Ing. Avv. Phd. Dr. in front of my name, because I have a status and a form.

Because I have a position.

Because I have a name.

I have a name.

But I am not my name.

I am not my name.

Frustration, misery, insatisfaction, anger.

DSC_6297pSo I stop for a minute, the river is all around me.

Flowing, naturally flowing, keeping on flowing.

Total indifferent of my efforts.

Just flowing.

I open my eyes.

And I surrender to the river flowing around, and I start following the wave.

I let it go.

I just let it go.

And instantaneously the current calms itself.

Because I am calming myself.

I let it go, I let it flow.

There is no goal, there is no direction, there is nothing to fight against.

The river flows, it has always been flowing, it will be flowing with me, or without me.

The river keeps flowing, changing, Panta rei, and myself I keep flowing and changing into it.

Into the same rivers we step and do not step. We are and we are not.

Potamoís tois autois embainomén de kai ouk embainomen,

eimen de kai out eimen (Heraclitus 49a)

DSC06283pI follow the wave. I have a sweet taste in my mouth.

It is quiet. And calm.

There are no names, no title. No yesterday, no tomorrow.

No there, no here.

No me, no you.

And I realize that I am watching myself in the river while I am sitting on the side of it.

I am inside, and outside.

I observe myself and the river passing, like everything is passing.

I witness myself my wave and the movement.

DSC_6749pAnd I realize that all the waves flow one into the other.

No one is a separate flow, everybody flows dependentely, there is no indipendent wave.

All of them flow, all of us are a only part.

All of us are a part of the river.

We are and we are not.

The river flows.

I am the river and I am not the river.

I am and I am not.

I smile.

L.

Indian excrements.

There is something constant in our stay in India.

Its smell.

Everywhere.

No, not the curry, or the masala, or the paneer butter masala.

It’s the Indian excrements.

Ok, speaking clearly: the Indian shit.

There is a lot.

If you count that on average a human being gives birth everyday to 150g of warm production, and that in India there are 1.190.589.000 estimated persons, that makes every day 178.900 tons of shit.

DSC00410pMore or less like a daily Indian Empire State Building.

Of Indian shit. Every single day.

Lets think about that seriously for a moment.

And we did not include in the calculation the omnipresent cow shit: with that we could possibly go on the moon and come back.

They pile it, they build mountains out of it, they burn it, children play with it, (isn’t that like playdoh-pongo?) they make bricks and finally houses out of it.

DSC06595pLet’s take the OM symbol.

DSC06595p2The famous OM.

The sacred OM.

Now watch it on a side and tell me sincerely what it looks like. Sincerely.

It is time to give to that the important spot it deserves.

Non so voi, ma a me viene in mente il Necchi nella scena del vasino in “Amici Miei” del nostro Mario Monicelli.

“Ma e’ mostvuoso! E continua a favne! Non si ferma piú!”

L.

HIV/AIDS in Nagaland.

AIDS_red_ribbonIndia is the third country in the world, behind South Africa and Nigeria for HIV/AIDS prevalence.

Nagaland, the state where we are Peace-Educating, is now one of the regions with the highest HIV/AIDS prevalence in India and in the world.

Nagaland comes under the category of generalized HIV/AIDS epidemic. In occasion of 1st december, World Day against HIV/AIDS, the Nagaland State AIDS Control Society (NSACS) updated figures have been published: HIV prevalence rate in Nagaland is around 1.20% of the population, with 84% rate infection through sexual trasmission.

The NSACS stated that the HIV positivity is increasing in Dimapur (the city where we are Peace-Educating), and that the positive cases could be even more, since many infected persons are avoiding tests for fear of stigma and discrimination in the (very conservator and christian) Nagaland society.

Previous figures from UNDP showed that fearing discrimination, around 28% men and 36% women in Nagaland have not disclosed their HIV-positive status in the community, contributing to a dreadful spread of the HIV virus in the civil society.

Other figures showed that in the rural areas of Nagaland, only 57.6% of men and 41.5% of women were aware of the use of the condom as a means to prevent HIV infection.

DSC06422pInfection through sexual route is the major concern, here in Nagaland.

Nevertheless we came in touch with a misinformation campaign on HIV/AIDS performed in a christian rivate school in Dimapur with kids and teenagers that have been preached to avoid sex (speaking to teenagers…) and having a life-long partner in order to avoid HIV infection.

Photo here on the side (we added with photoshop a red NOT ONLY!).

This kind of preaching is not only useless. It is indeed a criminal campaign that actually helps spreading the lethal HIV virus.

AIDS_condom_life_saverIn occasion of the World Day against HIV/AIDS, we want to quote the words of UNAIDS Executive Director Michel Sidibé commenting the recent declaration of the Vatican opening on the use of condoms.

“UNAIDS advocates the use of HIV prevention approach that utilizes all proven methods for HIV prevention (…). The male latex condom is the single, most efficient, available technology to reduce the sexual transmission of HIV and other sexually trasmitted infections.”

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AIDS_pope_condom-

LP.

Ideological colonialism.

You educate me to your peace,

you tell me that I am a barbarian,

that I should dress like this, eat like this, pray like this,

you tell me that your god is the right one

you tell me that I am a pagan.

But.

Yes: but.

I can still redeem myself.

If I see the light and worship your exported god.

So I let you educate me, to your way of seeing the world: you want mine to look the same as yours.

I start forgetting my past, my language, my traditions, my food, my culture.

You educate me, you wash my brain,

that is now clean and normal.

You do not care what is now my actual way to see things, the world,

and myself.

You do not really care about me.

The important things are rules and norms.

The most important thing is that sign, that simbol, that flag,

that form,

that will label me in favor of your part (against others).

If I try to stick away that label

I will be an a-normal,

a dissident,

a conflictive person.

But the conflict was not there before your arrival.

Before the labels, the norms, the *We-Vs.-You*, the divisions.

Before, all our tribes, our peoples, lived well altogether.

Yes, but now only I have been educated.

Now I am normal, and the others here are still barbarians.

They need to be educated,

to be straightened,

(it’s god who wants it)

with the force if necessary.

Ti cercarono l’anima a forza di botte.

They kicked and punched out all your soul.

Because I am right and normal

and you are wrong and pagan.

They normalized me.

They evangelized and converted me.

They did not with you.

What a pity.

Well, now someone will bring a flower to your tomb.

L.

Deus vult.

DSC06272pQuando c’é un piano divino imperscutabile, rimango sempre un po’ perplesso.

Quando guerre, violenze, oppressioni, sopraffazioni sono autorizzate e volute da una Volontá ultraterrena, avrei voglia di fare due terrene parole con la Volontá in questione.

Quando in un Ashram in India un Swami dice che il terribile sistema rigido delle Caste (ancora presentissime qui in India), della povertá estrema, dell’oppressione delle donne Indiane (le ragazze qui hanno pochissime possibilitá) sono necessitá e punti di vista umani mentre il Divino ha Piani che non riconosciamo, e che perché no, prevedono qualche guerra, violenza e oppressione, rimango amareggiato.

DSC_4602p

Le caste son belle e necessarie, certo, se parli da una comoda casta alta.

Quando genocidi, guerre sante, crociate, inquisizione, torture, Shoah, pulizie etniche, 11 Settembre, carri armati sui bambini, kamikaze, guerre preventive sono autorizzate da un Deus Vult mi chiedo che tipo di deus vult questo.

Quando si dice Va bé, senti, se ti va male tanto poi c’é la prossima-vita in cui ti reincarni, c’é il paradiso, terre promesse, pascoli eterni e tutto é parte di un Piano Divino, a me sembra un piano poco divino, e molto in-umano.

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DSC_6354pMi vengono in mente due cose.

La prima é il mistico Eraclito (520 a.e.c.): “Gli uomini sono immortali, gli dei sono mortali.”

Zeus é morto e sepolto da un bel po’, Giove pure, e con loro tutte le guerre in loro nome. Noi siamo qui.

La seconda é Ghostbusters (1984 e.c.): “Ray, ascoltami. La prossima volta se qualcuno ti chiede – Sei tu forse un Dio? – Tu devi rispondere SI!!”

L.

Simboli.

DSC06317pDue simboli su un cancello-reja richiamano la mia attenzione.

Affiancati. Uno al lado del otro.

Qui in India sono la Swastika (sic), simbolo del sole e del movimento della vita, e la Shatkona, unione di terra e cielo, di maschio Shiva e femmina Shakti.

Sono solo forme sul cancello.

Son sólo formas sobre la reja.

Siamo noi a dare alle forme un nome, un significato. Nosotros las nombramos.

Ci sono nomi forme ruoli. Hay muchos nombres roles formas. Hay Francesco-Lorenzo, c’é Ingegnere, c’é Jpo, Ilo, Oit, Ong, c’é “cosa-fai”, hay “qué-haces”. Hay idiomas, ci sono lingue e linguaggi Italiano Español, palabras e parole da capire y entender, simboli nombres forme e nomi da vedere e interpretare.

Guardo il cancello con i simboli. La miro, la reja.

E vedo che al di lá ci sono alberi. Más allá arboles. Muchos.

Lindísimos.

Meravigliosi.

Gli alberi non hanno nomi, ellos no se dan nombres, no los necesitan, non ne hanno bisogno.

Non hanno forme, non hanno nomi da interpretare.

Su belleza no necesita definiciones.

La belleza ci circonda, nos rodea, continuamente.

Afuera, y adentro.

Basta vederla, in noi, nel mondo.

Hace falta sólo abrir la reja, e ir más allá de ella.

Bisogna solo aprire il cancello, e oltrepassarlo.

L.

La Via.

DSC06292pMa vedi un po’.

Uno busca en búsqueda.

Uno cerca e ricerca.

E’ piú facile di quanto si pensi:

basta seguire i segnali stradali.

L.

Miradas.

Para poder contar quisiera tener, además de la cámara de fotos, una grabadora para compartir sonidos y música, los pasos vacilantes y determinados de nuestros pies en este conocer y conocernos. Quisiera también, un recolector de olores para que al lado nuestro pudieran recorrer esta India llena de especies y plantas, desiertos de arena y tierra verde. Quisiera un almacenador de sabores para decir más sobre esta comida que no para de sorprendernos y de jugar con nuestro gusto, quisiera incluso poder registrar este clima caluroso y melcochudo que nos acompaña en la piel.

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Todo esto quisiera y sin embargo soy afortunada… confieso que tengo fascinación por las miradas, por la forma penetrante que tienen de mirar las mujeres, los hombres, los niños y las niñas. Sus miradas son profundas como escrutando el alma, llegando al fondo y al final mientras mueven de lado a lado la cabeza. Me dejo mirar así profundo, y entonces de a poco voy abriendo yo misma la mirada, voy entendiendo lo que significa y entonces ya no lo nombro… ¡Es simplemente una suerte de complicidad!

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Tengo la cámara de fotos y esto es lo que hoy cuento. Tengo la cámara de fotos y esto comparto: Miradas que se cuentan por sí mismas.

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P.

Un letto nel deserto.

DSC06035pUno dice deserto, e pensa che effettivamente lo sia: deserto.

Piensas en la palabra desierto y lo único que se te ocurre es algo sin nada: un desierto, de hecho.

Luego llegas al desierto del Thar en la India, a unos km de Pakistan.

Ci arrivi, e non ci arrivi in bicicletta come in Marrakech Express.

No no no.

DSC_4225p

A un desierto se puede llegar únicamente de una manera: con un camellio.

Che non é un dromedario no no no, le gobbe sono due e le hai sentite entrambe a cavalcioni.

Arrivi al deserto del Thar, e pensi: Bé che sará, tipo una spiaggiona peró senza mare.

Si, te lo piensas mientras contas las jorobas-gobbe (que no es tan facil, creenlo, mientras se va, y el camellio si que va deprisa si lo quiere). Te lo piensas: al fin y al cabo ese desierto será como un playón pero sin mar.

Ci sei arrivato al deserto, eh sí non c’é dubbio, le dune ci sono, le palme e i miraggi pure.

DSC06026pE allora ti rendi conto che il deserto non é deserto.

Ese desierto no no no: no lo es para nada desierto.

Innanzitutto ci sono quelli che ci vivono.

Bé magari vivono vicini, nel villaggio di Khuri, che é proprio lá.

E poi ci sono insetti. Moscerini. Bichos y bichitos de miles tipos. Las dunas tienen todos tipos de huellas.

Eh sí ci sono impronte e improntine sulle dune, da decodificare con il Manuale delle Giovani Marmotte.

Y una piel de serpiente.

Che non serve decodificare.

E nella notte.

Esposizione 64 secondi!Si durante la noche, en el desierto.

Alzi la testa, la levantas la cabezas, sin pensar, e le vedi. Si, las ves.

E sono tante.

E sono tantissime.

Son muchas más de las que nunca te habrías soñado de ver en una sola vez.

Sono miliardi e splendono e sono fitte. E ti vengono in mente i pomeriggi al planetario, pensando Bé ma mica sono cosí tante.

Son muchísimas.

Y las ves desde la cama.

Si si, le vedi, sdraiato nel letto: un letto nel deserto.

Una cama en el medio del desierto.

DSC_4249pE allora ti allunghi nel letto e pensi che domani la sveglia-despertador non sará un TI-TI-TI da spegnere pensando Ecco un altro giorno la riunione la tintoria la riunione condominiale.

Será el sol, desde allá, detrás de las dunas de arena. La sveglia sará il sole che sorge, sulle dune del deserto.

A fianco al letto niente pantofole, niente comodino. Nada mesita para la noche con foto caricatore del cellulare e un libro a mitad desde hace meses (prima o poi lo finisco).

DSC_4247pLa mesita-comodino es arena y arena.

E non ti servono pantofole nella sabbia.

Niente bagno, no nada baño (ricordati di alzare l’asse): todo es baño.

Niente pareti: no hay paredes para nosotros (le abbiamo fatte color pastello per slanciare la luminositá della stanza, come dice il nostro architetto).

Niente pareti pastello, porque lo decidimos, lo decidiamo ogni giorno che le pareti non ci servono, e che di fatto ci servono ben poche cose. Necesitamos muy pocas cosas, y sin dudas no paredes.

E di sicuro niente soffitto (un punto luce geniale quello che l’architetto ha messo).

No, nada techo, que oculte un espectáculo a disposición de todos, siempre, cada noche.

Niente soffitti a nasconderlo questo meraviglioso spettacolo, che é lá per tutti, sempre a disposizione, ogni notte. Ogni notte.

Lo scegliamo. Decidimos de admirarlo ese espectáculo maravilloso.

Más. Piú di questo.

Di questa meraviglia decidiamo di esserne parte.

DSC06066pNiente porte: noi siamo le porte.

E niente architetti, no.

Noi siamo gli architetti.

Noi siamo il deserto, e la meraviglia luminosa che lo sovrasta.

L.

Curry.

Curry.

Ti rendi conto di essere in India quando annusi, e senti curry.

Te das cuenta de estar en la India, por que tus dedos huelen a curry.Y no solo cuando lo has comido, el curry.

Ti rendi conto, e lo sai: sei in India, quando sei su un rik-shaw (o un risció, fate voi).

Y te das cuenta de eso: si si estoy en la India, por que el rik-shaw frena a 10 centímetros de una vaca que atraviesa la carrera.

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La mucca-vaca placida e tranquilla.

Tu un po’ meno.

Ti rendi conto di essere in India (si si, estamos en la India) si el rik-shaw mismo huele a curry.

Si, se il risció (e i tubi di scappamento dei mille risció e vespe e bus) annusi e senti curry: sei in India.

Se mangi curry e senti curry (come mai in vita tua), sei in India.

Si NO comes curry, y heueles curry: estás en la India.

Una ragione forse c’è.

In effetti:Siamo in India.
L.

TIP for our friends in London, New York, Singapore: just check out the Indian restaurant chain “Saravana Bhavan”.

You’ll thank us.

Spirito Dionisiaco.

DSC05670pNon so a voi, ma a me la Cicala della favola con la Formica è sempre stata simpatica.

La Formica accumula, lavora, si fa un mazzo così, fa i compiti, paga le tasse, fa gli straordinari non retribuiti, vota bene, pensa bene, si mette bene in fila al casello di ritorno dal weekend.

La Cicala se ne sta invece spaparacchiata a prendere il sole.

Magari domani non c’è più il sole.

O non c’è più la Cicala.

Non che poi faccia tutta questa differenza.

DSC_2146pLa Formica fa il suo dovere, fa quello che deve, fa quello che fanno tutti e che è normale fare. La Formica lavora a testa bassa, abbassa la testa, usa la testa, sempre. E se può fare mille cose insieme le fa. Il tempo è prezioso, il tempo è denaro. Accumula, certo, magari si fa un mutuo 50entalle per la celletta dentro al formichiere con altre mille formiche altrettanto buone e che pagano le tasse, accumula per i momenti difficili, che la formica, ne è sicura, arriveranno. Spirito Apollineo, totale.

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E intanto la Cicala si prende qualcosa da bere.

Se i momenti difficili arriveranno (e lei sottolinea “se”), ci si penserà.

Domani.

Domani è un altro giorno.

La Cicala è una Cicala-Rossella-O’Hara.

La Formica si fa un mazzo così e arriva in ufficio in orario o magari prima e di sicuro se ne va per ultima così si vede che è brava, così gli Altri (che è una entità unica: “gliAltri”) lo vedono (sempre si sente osservata da gliAltri).

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E lei li osserva sempre gliAltri e a volte vorrebbe avercelo un formichiere più grande o magari comprarsi un iPhormica che hanno Tutti (che è un’altra entità unica: “Tutti”), ma proprio Tutti, e allora tocca accumulare di più, per i momenti brutti, però va bè pure per l’ultima generazione di iPhormica.

La Cicala dell’iPhormica se ne frega, e se ne rimane là a prendere il sole, e si fa pure una cantatina. Come si fa a non farsi una cantatina e pure a ballare con un sole così meraviglioso.

Spirito Dionisiaco.

DSC00173pLa Formica la vede la Cicala fa la saputella e le dice che lavorare faticare lamentarsi del governo è normale, è normale fare quella vita (“Normalità” è fondamentale per la Formica, poi se le chiedi a che Norme si riferisca e chi le abbia scritte, cambierà argomento). La Formica col suo iPhormica (rodendosi il fegato perchè è già uscito il modello nuovo) vede la Cicala che si gode sole e drink, e come è noto le gufa che prima o poi se ne pentirà.

La Cicala sospira, si prende un altro sorso del suo succo, pensa che la vita è una meraviglia, chiude i suoi occhi da Cicala e si gode il sole del pomeriggio.

DSC_2150pMagari non ci saranno altri pomeriggi.

Magari questo è l’ultimo pomeriggio.

Magari il Vesuvio fa le bizze e scarica sulla mia testa una qualche tonnellata di lapilli e chi s’è visto s’è visto.

Tanto vale goderselo questo sole del pomeriggio.

Chi vuol esser lieto, sia. / Del doman non v’è certezza.

Non so voi, ma io credo che la Formica si roda un po’ il fegato.

Col suo iPhormica, ormai vetusto.

DSC_3006p

Domani arriverà l’inverno?

Forse sì forse no.

Domani il Vesuvio salterà e ci ricoprirà da testa a piedi fino a che un archeologo farà una indagine stratigrafica sulla nostra collottola?

E chi lo sa.

Non so voi, ma io intanto mi godo il sole del pomeriggio.

L.

Navighiamo.

DSC05714p2Partiamo.

Partiamo in nave.

In nave.

Non c’è nulla che faccia sentire più liberi.

Nulla che dia più euforia da partenza, da salpare, tirare su le ancore i legami le ancore gli ancoraggi e salpare, lasciare il porto.

Partiamo e partiamo in nave.

Onda e onde che fluiscono.

L’Onda.

Che fluisce.

La nostra, che seguiamo.

DSC05719pPartiamo, in nave, e di notte.

Il porto, le sue luci, le case l’approdo, si allontanano.

Il porto si allontana. Accogliente, amato.

Ci saresti rimasto qualche giorno in più, qualche tempo in più, o forse tutta la vita.

Ma ormai la nave ha salpato. Ormai la nave ha lasciato il porto.

Partiamo.

Navighiamo.

La luce alternata del faro si fa più fioca e la sua pulsante sicurezza si fa più lontana.

E’ notte, il mare è nero, nerissimo, enorme, spaventa.

Le stelle sembrano più grandi.

Il mare nero scuro scurissimo spaventa sì un po’, e porta vento di mare, vento di terre, vento da terre lontane, vento di odori e sapori di approdi sconosciuti, di terre da esplorare.

DSC05294pIn mezzo al mare nero.

In mezzo al mare nero non abbiamo nomi.

In mezzo al mare nero non abbiamo forme.

Ti abbraccio, il vento del mare e la sua oscurità ti danno la pelle d’oca.

Ti abbraccio, ridiamo, la tua pelle ha il sapore di vento di mare, di vento nuovo, di vento di terre sconosciute.

Ti abbraccio, e il vento del mare nero ci abbraccia, anche lui Malungo.

Ti abbraccio, e siamo noi quel vento di terre sconosciute di approdi futuri.

Ti abbraccio.

E siamo.

Quel vento.

L.

En el Etna, un perro blanco.

No sabíamos que llovería de esa manera, que nuestras narices iban a estar congeladas y las puntas de los deditos también, que los precarios sacos que llevamos no serían suficientes, que, además de los zapatos guerreros que alquilamos tendríamos que haber alquilado chaquetas. -Perdón queridos lectores pero no somos “vulcanólogos”, y no, tampoco tenemos el bien conocido “sentido común”-.
No sabíamos, e igual de haber sabido nos habríamos montado en ese jeep con la ilusión de ver el fuego en la montaña, así sin nada, justo como subimos soñando estar parados en el borde de su cráter como Plinio el joven sobrino de Plinio el Viejo.
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Como a veces pasa -y no que por estas particularidades de la vida haya que lamentarse-, no sólo no vimos el fuego volcánico, no sólo llovió, sino que el paisaje al horizonte era una pared blanca. Niebla espesa y húmeda. “¡Pero atención!” decían los pies, mientras por el cansancio y el frío nos hacíamos conscientes de los pasos, “atención que esta tierra que pisan es ceniza, es resultado de fuegos de otro tiempo, de un corazón latente, de una montaña que vive y que en su paisaje deja la huella de su cambio, de su movimiento”.
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Atención, atención al movimiento, atención a la vida latente: ¡Todo el tiempo y en cada paso, atención porque que el sol sale y las plantas crecen!.
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Tus manos en las mías batallando con el hielo en la punta de los dedos.
¡En el camino un perro blanco!

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P.

Icone.

Camminando per le strade siciliane.

Se pasea, acá por las calles de Sicilia.

Icone e Iconas, varias, varie ed eventuali.

Poster e posteroni y carteles.

Inviti alla gioia e alle lacrime.

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Sguardi penetranti.

Sguardi ammiccanti.

Immagini che valgono piú di mille parole.

Con approvazione ecclesiastica.

Por supuesto.

L.

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Pupi Siciliani

Orlando, alla ricerca dell’amata Angelica, incontra un povero vecchio cui un gigante ha rapito un figlio. Il gigante fará una brutta fine.

Il paladino non ancora Furioso si rimette in cammino, arriva nei pressi di un indovino che effettivamente.. indovina.

Il prezzo da pagare per Orlando é peró risolvere un indovinello.

(Qual é l’animale che da piccolo cammina su 4 zampe, da adulto su 2, da vecchio su 3? Ricchi premi a chi indovina qui in un commento la risposta per questo nuovissimo quesito)

Orlando d’altra parte, si sa, é un Uomo-del-Fare e non ha certo tempo da perdere e dell’indovinello e dell’Indovino fa spezzatino.

Arriva poi dalle parti di un Ciclope.

Non abbiamo bisogno di aggiungere che fine faccia il mono-occhiuto.

Salva un Fraticello gesticolante, sordo e dialettale, e nel frattempo Angelica sospira angelicamente (ma non per il nostro, ahilui) e rifiuta qui e rifiuta lá si fa causa di assedi e guerre, come ogni storia dall’Iliade in poi insegna.

Orlando si fa abbindolare da Maga Drugantina che, nomen-omen, gli offre qualcosa da bere. E non é una spremuta d’arancia siciliana.

E qui, nostro malgrado, la storia si interrompe, lasciandoci come alla fine di Ritorno al Futuro 2, un po’ appesi. Chiunque sappia come va a finire ce lo dica, per favore.

La storica Famiglia di Pupari di Siracusa, Vaccaro-Mauceri, ci ha tenuti col fiato sospeso e in prima fila a bocca aperta come bambini nel Piccolo teatrino dei Pupi, in via della Giudecca di Ortigia, Siracusa.

Tradizioni orali, tradizioni antiche, scontri di paladini spade sempre alla mano (alla faccia di ogni Risoluzione pacifica dei Conflitti), tradizioni di Pupi che si muovono danzano recitano combattono danzano come se fossero vivi.

E forse lo sono.

In effetti abbiamo conosciuto di persona il Fraticello che parlava in Siciliano, e ci siamo complimentati di cuore.

Che fosse poi attaccato a Daniel Mauceri con delle corde, é solo incidentale.

E che parlassse con la voce di Alfredo Mauceri é altrettanto incidentale.

Sono Pupi.

Siamo Pupi?

Forse siamo Pupi.

Siamo tutti Pupi?

Forse siamo tutti Pupi.

Fammi cercare le corde.

Nel frattempo sfodero la spada. Non si sa mai.

L.

Sicilia, sólo una parte.

Después de tanto tiempo de dejar a un lado el blog, después de varios intentos vanos por falta de tiempo, de conexión o simplemente de palabras que no se animan  a describir todo esto que se mueve adentro, hoy es justo regresar. Por ahora dejo por fuera a Urbino, Assisi, Gubbio, La Isola Polvese, Pompeya, Caserta y Nápoles, lugares increíbles en los que he visto y sentido remociones de alma y de cuerpo, ¿pero qué hacer? Quiero hablar de Sicilia, seguramente porque estamos acá ahora y hay un sabor en la boca, en el piel que no quiero perder… Nos recibe Sicilia generosa como sus colores de fiesta, como su música y construcciones un poco decadentes y por eso mismo fascinantes, como su gente que es mezcla, mezcla de tierra árida, volcán y ríos, hoy dijimos “verde eléctrico” -mientras subíamos al Etna-, mezcla de culturas y de cantos, de religiones y de idiomas. Sicilia Mediterránea, fascinante e imponente nos quitó el aliento, la cabeza y el corazón para entregarnos miradas, mercados repletos de frutas, olivas, quesos y especias, el dormir en la tarde después de un buen almuerzo siciliano.  Es que a veces quisiera poder regalar solamente la forma en la que veo a través de la cámara, sin decir mucho más, sólo un par de fotos que enmarcan este recibir y este entregar, todo lo que se encuentra, todo lo que se desencuentra y semalogra y por eso es profunda felicidad, siempre con un poco de melancolía. Justo así, como siento a la Sicilia.

P.

Spirito Partenopeo

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In un ascensore fermo nel cuore di Napoli ci sono il milanesissimo dottor Cazzaniga (Caaazzaniga!) e il serafico e partenopeo Professor Bellavista (uno smagliante Luciano De Crescenzo, che per inciso conobbi a suo tempo al Politecnico di Milano, chiamandolo Ingegnere!).

L’ascensore é fermo, loro malgrado: l’uno portabandiera di efficientismo orizzontale da Uomo di Libertá, l’altro filosofo e bonario e verticale Uomo d’Amore.

Da mondi apparentemente inconciliabili: finiranno per diventare amiconi.

Sará che sono nato e vissuto a Milano, ma questa scena di Cosí Parló Bellavista mi é sempre sembrata molto risonante: forse saranno le mie origini partenopee a risvegliarsi.

DSC_2217pIn questi giorni a Napoli e in Campania mi sono sentito a casa.

Senza dubbio grazie a chi a casa ci ha fatti sentire, con spirito malungo di Compagna di Viaggio (grazie!). Ma anche per il fatto che una parte delle mie origini sono qui.

Abbiamo passeggiando per Spaccanapoli, mangiato la Frittatina e la Pizza Fritta di Di Matteo in Via Dei Tribunali (super caldamente consigliate), camminato per le vie dei Quartieri Spagnoli a testa in su (e rischiato ripetutamente la vita schivando di qualche pelo motorini pluri-passeggeri), abbiamo annusato l’aria del mare e siamo andati in estasi con le mozzarelle di bufala di Caserta.

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Passeggiato per la Settecentesca Reggia di Caserta, immensa, sfarzosa, con le sale dove hanno girato Star Wars.

Ma soprattutto abbiamo passeggiato e pedalato (senza cadere!) per i suoi Giardini: giganteschi, scenografici, impressionanti. Il Giardino Inglese, con statue quasi vive, cascate, repliche di templi in rovina su isolette in mezzo all’acqua. Un gusto settecentesco, giocoso, incredibilmente estetico. Una meraviglia.

DSC05237pPompei, una cittá intera, una meraviglia cristallizzata nel tempo dal Vesuvio, affeschi ancora a metá con pennelli e strumenti abbandonati per terra, pane nei forni ancora da sfornare. Vita cristallizzata. Tutto accadde in un attimo. Le ville nuove appena aperte, assolutamente impressionanti, la Domus di Giulio Polibio con un allestimento coinvolgente, odori, suoni, rumori, e la Casa dei Casti Amanti e dei Pittori al Lavoro : cantiere, tecnico e artistico, enorme, dagli affreschi impressionanti: decisamente consigliate ad archeologi, archeologi-amatoriali, artisti, artisti-amatoriali, esseri umani.

Meraviglie, cristallizzate.

Bellezza.

Belleza de vida a disfrutar.

Perché la vita E’ una meraviglia.

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Cantiamocela.

Balliamocela.

Siamo qui una volta sola.

Uagliú, una volta sola.

Una volta sola, si vive.

Poi magari il Vesuvio (o chi per lui) si sveglia, e chi s’é visto s’é visto.

E’ stato rapido, pochi giorni.

Ma abbiamo visto annusato sentito sulla nostra pelle l’ironia, l’amarezza, il gusto per la vita e le cose belle.

Il gusto di vivere.

La vita é amara, e allora perché rendersela piú amara.

‘Na tazzuriella e café, e ci mettiamo un po’ piú di zucchero del solito.

E magari ci facciamo pure nu Babá.

L.

Isola Polvese, Lago Trasimeno.

DSC05094pAltri cammini ci sono stati.

Camminare. Non pensare ai chilometri, alla meta che si deve (si deve ?) raggiungere. Ma al passo.

Un.

Passo.

Dopo.

L’altro.

Altri cammini ci sono stati.

Ma ora l’ombra ha 2 zaini. 2 cuori. 2 magliette sudate. 4 gambe.

Camminiamo.

Da Magione a San Feliciano, tra i campi e le colline verdi e i boschi non c’é treno o bus, solo le nostre gambe (il mio GPS e magari un cuore umbro benigno e campesino che ci dá un passaggio in autostop sulla sua macchina fumando e ascoltando musica da ballo liscio tipo Raul Casadei).

DSC_1601Al bordo del Lago Trasimeno, un tramonto meraviglioso ci premia, e il sole rosso si nasconde proprio dietro l’Isola Polvese che ci attende.

Sono solo 10 minuti di battello per arrivare: sulla barca non c’é nessuno, solo noi.

L’Isola é piccola, non c’é quasi nulla. Un Castello e un Monastero del 1300.

Lago, alberi, piante, stradine, sterrate, insetti, grilli e silenzio.

L’Isola é piccola e c’é solo un alberghetto, la Fattoria Il Poggio, gestito da una coppia, Michele di Firenze e Paula (!) Brasiliana e il loro splendido piccolo Tiago e che ci accolgono con enorme calore.

DSC_1637pL’Isola Polvese é piccola, non c’é quasi nessuno e sembra fatta apposta per raccogliere gambe e pensieri, che si son mossi molto.

Riposiamo, meditiamo, giochiamo a super mario, scriviamo, ri-scriviamo, pensiamo all’India, leggiamo sull’India, aggiorniamo il Blog.

L’Isola é piccola, la si gira in bicicletta in meno di mezzora.

(Update 31/8/2010: cadute permettendo..)

La giriamo e ci rigiriamo. Il lago é tutto intorno come il mondo, e se lo guardi sembra un fazzoletto, l’India dietro l’angolo, basta solo attraversare il lago.

Basta solo continuare a seguire a girare a seguire girando.

La tentazione di rimanere qualche giorno in piú (o tutta la vita) é forte.

Ma quello che gira che ci fa girare, quello che ci rende Malunghi: lo é di piú.

L.

In Umbria.

DSC_1516pDal finestrino del treno colline verdi, boschi, campi.

Borghi rinascimentali e medievali, case con le pareti in pietra.

Antiche.

Siamo in Umbria.

Arriviamo ad Assisi: ci accoglie l’accento umbro, amabile ed accogliente.

Ci dá il benvenuto un venticello dolce che muove le nuvole.

Troviamo chiese, tante, e cose-di-chiesa e gente-di-chiesa, e cose e case merchandising di santi, ma anche laicissime balestre, Balestrieri (con balestre pesanti 30 chili e costruite con materiali e tecniche medievali, cosí da sempre) e poi Tamburini e tamburi dell’antico Palio di San Rufino.

Siamo in Umbria.

Assisi ci accoglie e mi sento un po’ a casa, non solo per il mio nome, nomen-omen, ma anche per le risonanze di viaggi passati passeggiando per le vie di pietra, antiche, nella Nobilissima Parte de Sopra, ghibellina e laica, e un’antica cena propiziatoria di un Calendimaggio di anni fa.

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E oggi come allora riusciamo a farci invitare ad una cena propiziatoria medievale, quella del Palio di San Rufino: tavolate nel bel mezzo nella piazza di fronte alla chiesa del 1200, con rosoni e archi gotici.

Una mangiatona medievale. Uao.

Molti di quelli che partecipano alla cena portano costumi medievali: ci raccontano che i vestiti sono fatti tutti a mano, secondo una tradizione che ha 800 anni e che pesano anche 30 chili. Non dev’essere uno scherzetto portarli in giro sotto il sole di fine-Agosto.

E parlando di risonanze (o combinazioni, dipende da come le volete chiamare): P. incontra nel mezzo della folla un’amica di Bogotá (!!) che é in viaggio e con cui condividiamo la tavolata medievale. Il mondo é un fazzoletto.

Siamo in Umbria, non c’é dubbio.

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Le vie deserte nella notte con pareti e pavimentazione in pietra hanno un odore antico, come delle cose che sono sempre state cosí, come di vestiti medievali fatti a mano o le balestre o i Calendimaggio e percorrere quelle strade, che sono sempre state cosí, che sempre saranno cosí, rassicura (tra 100 anni Assisi sará uguale) e al tempo stesso stringe (c’é spazio per idee nuove ?).

Siamo in Italia, e in Umbria.

Tradizioni, cose che sono cosí da sempre. Rassicurante, ed esteticamente meraviglioso. Ma viene anche voglia di cose nuove, di tradizioni nuove (é una contraddizione in termini?), ed é per questo che il viaggio prosegue, lo zaino in spalla, ci muoviamo.

Siamo in Umbria.

E ci muoviamo.

L.

Partire é Partiamo.

“La vita é un viaggio, chi viaggia vive due volte”
“La vida es un viaje, quien viaja vive dos veces”
(Omar Kayyam)

A volte parti.

A volte torni.

A volte parti e torni, a volte eri giá partito e ripartito, parti e torni sui tuoi passi per capire se sei tornato davvero, o se sei partito mai.

Migrare per mitigare quel movimento che é fuori che é dentro che va dall’Ungheria alla Grecia alla Spagna agli scavi allo scavare all’essere scavato, camminando raggiungendo, e poi lasciando, lidi sicuri e forme vuote e strette con sigle di 3-lettere jpo ilo onu strette e vuote per sentirlo sempre quel movimento, quel movimento fuori e quel movimento dentro, che ti spinge verso altri mondi nuovi mondi.

Nuovi mondi.

Il Nuovo Mondo, quello che c’é dall’altra parte dell’Oceano, raggiunto vissuto come quello che c’é da questa parte di qualunque oceano.

Nuovo Mondo, ora Vecchio Mondo.

La Colombia, come casa, come una casa, come una delle case, e giá Casa, nelle vie della Candelaria, nei teatrini, nei cerros e le cime amiche e i tetti e i gatti e i bambini di Patio Bonito.

Educare, educare alla pace, insegnare, essere educato, in-segnare, segnare la via, seguire la via, cercarla la via.

Cercarla per nuovi mondi, conquistarli e poi lasciarli, seguendo quello che non puó essere spiegato, il movimento e l’onda.

Il Movimento e l’Onda. Che stanno dentro, che stanno fuori.

Senza forme, senza nomi, senza sigle senza 3-lettere, perché non ci sono lettere né nomi né forme. Solo quello che si muove dentro e fuori, da dentro a fuori. Da fuori a dentro.

Movimento, e da sempre la certezza di non poterlo non ascoltare di non poterlo non seguire, e da sempre la certezza che seguirlo sarebbe stato seguirlo solo, seguirlo solo io, seguirlo. Io e da solo.

E poi tutto cambia, come tutto sempre cambia, e il movimento si sincronizza, e da Budapest risuona di vite antiche raccontate attraversando una notte il Margit Híd e da quel momento il movimento si fa Malungaje Malungaggio ed é naturale come respirare, inaspettato come la vita che si rinnova, atteso da vite intere.

E ora partire é Partiamo.

Partire é Partiamo.

E allora partiamo, mia Malunga, Colombia Italia India. Nuovi mondi ci aspettano e nuovi movimenti e odori e sapori e spezie sconosciute da assaporare e lingue mai udite da imparare.

Partiamo, forti e piú forti, incoscienti e coscienti.

Partiamo, coscienti.

Partiamo, insieme, mia Malunga.

L.

Magia de Viaje.

¿Qué cuándo empezó?

Yo misma intento saberlo, intento recordar cuándo fue que me impregné de la emoción de andar con una maleta al hombro. Podría decir que fue en ese lugar de selva mística y verdes caudalosos, con el azul mar constante y el descubrimiento de mi ser en ese silencio de tormentas nocturnas y ríos de cristal, en el momento clave cuando me sumergí en el Tolo y miré hacia arriba a través del agua, las ramas precisas de una Bonga, unas ramas que parecían nacer más bien del cielo y conectarse hasta la tierra. Mis piecitos parados en la mitad de una pequeña canoíta de madera que se debate sobre el agua:

¿A dónde, a dónde irás ahora?

Ahora tengo el pelo un poco más largo y estoy recuperando esos mismos piececitos de movimiento y canoa que estuvieron quietos en la tierra más del tiempo necesario, ahora, después que finalmente descubrí el sentido de esa selva mística y del azul mar ya no afuera si no adentro, acá cerquita al corazón: viajo.

Dejo en mi cuarto a Gopalito, a mis libros y a un orden extraño, un orden que no es el mío y que siento más bien vacío. Me llevo conmigo a las sonrisas de las personas que quiero y que marcan mi historia pero también el rumbo, viajo con lo que tengo de las mujeres y sus hijos iluminando el camino, como esta cicatriz que llevo en el brazo y que me hace recordar la entrega, el corazón entero que les dejo y que habla cada vez que estoy con ellas y ellos, cada vez que juntos descubrimos la posibilidad de renombrar cuerpos, recuerdos, lugares que son paz después de ser violencia.

Por ellas, hace un año estabas tú. Caminaba junto a ti y sin saber, compartíamos ya una ola, nuestra ola… un movimiento acompasado y libre, silencioso y con colores que nos llenaron y nos llenan de sorpresa.

Y ahora que estás en mi corazón, en su centro liviano que es aire y que es sangre: viajamos.

Todo listo antes de salr…

Maletas listas, corazones dispuestos y una magia que quemamos juntos y que marcó el inicio del camino, blanco su color bajo una llama fulminante y decidida. El Malungaje es todo eso que se queda, todo lo que se viene con nosotros, todo lo que nos espera para construir la magia de este viaje: juntos.

P.

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